
La persona al centro: la sua dignità in sé e in relazione
Vedendo come Gesù trattava le persone che lo avvicinavano, come le rispettava e se ne faceva carico, noi cristiani riteniamo che ogni essere umano possieda una dignità intrinseca, non alienabile, non misurabile, che non dipende da qualità accidentali o da capacità funzionali, ma dalla sua natura di creatura fatta a immagine di Dio (Gen 1,26). Questa dignità non viene mai meno, nemmeno nella malattia, nella sofferenza, nella disabilità o nella fase terminale della vita.
La visione cristiana integrale della persona, che unisce corpo, psiche e spirito, la riconosce come essere relazionale, chiamata all’amicizia con Dio e con gli altri.
Ogni tentativo di ridurre l’uomo a semplice individuo misurabile secondo criteri di efficienza o autonomia assoluta, è ingiusto e contrario al Vangelo.
La vita: dono e compito
Noi crediamo che la vita non sia un diritto soggettivo manipolabile, indipendente dal rapporto con gli altri, ma che sia un dono ricevuto, da accogliere con gratitudine e custodire con responsabilità. Nessuno si è dato la vita da solo, nessuno è cresciuto solo con le sue sole forze e le sue risorse. Tutti abbiamo avuto bisogno di relazioni paterne o materne, di un ambiente familiare, delle relazioni di amicizia e di amore, di tanti sostegni comunitari e sociali. E ne avremo bisogno fino alla fine.
La vita di ciascuno, diversa da quella di tutti gli altri, ma bisognosa dei rapporti sociali, è un bene e un diritto primario, fondamento di ogni altro diritto, e pertanto non può essere soppressa, per ragioni economiche, politiche, ideologiche, nemmeno per ragioni di compassione.
Il no all’eutanasia e al suicidio assistito
Da questo deriva la contrarietà della Chiesa all’eutanasia e al suicidio: riteniamo che nessuna legge possa legittimare atti che sopprimono intenzionalmente una vita umana innocente.
Anche quando sono motivate da pietà o dal desiderio di evitare il dolore, rappresentano una grave violazione della dignità umana e un fallimento di una società civile che ha il dovere della solidarietà, cioè di accompagnare, sostenere, amare, soprattutto le persone fragili, vulnerabili, anziane, sole, sofferenti.
Sì alla cura e no all’accanimento terapeutico
Se diciamo un “sì” pieno e convinto alla cura, però non sosteniamo l’accanimento terapeutico. Anzi riteniamo che ci sia l’obbligo morale –attenzione– di escludere ogni intervento sproporzionato, per ritardare artificialmente la morte, senza benefici prevedibili per il paziente.
“Nell’imminenza di una morte inevitabile, dunque, è lecito in scienza e coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi.Ciò significa che non è lecito sospendere le cure efficaci per sostenere le funzioni fisiologiche essenziali, finché l’organismo è in grado di beneficiarne (supporti all’idratazione, alla nutrizione, alla termoregolazione; ed altresì aiuti adeguati e proporzionati alla respirazione, e altri ancora, nella misura in cui siano richiesti per supportare l’omeostasi corporea e ridurre la sofferenza d’organo e sistemica). La sospensione di ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione dei trattamenti non deve essere desistenza terapeutica.
(Una precisazione si rende oggi indispensabile alla luce dei numerosi casi giudiziari che negli ultimi anni hanno condotto alla desistenza curativa – e alla morte anticipata – di pazienti in condizioni critiche, ma non terminali, a cui si è deciso di sospendere le cure di sostegno vitale, non avendo ormai essi prospettive di miglioramento della qualità della vita.)
Nel caso specifico dell’accanimento terapeutico, va ribadito che la rinuncia a mezzi straordinari e/o sproporzionati «non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte» o la scelta ponderata di evitare la messa in opera di un dispositivo medico sproporzionato ai risultati che si potrebbero sperare. La rinuncia a tali trattamenti, che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, può anche voler dire il rispetto della volontà del morente, espressa nelle cosiddette dichiarazioni anticipate di trattamento, escludendo però ogni atto di natura eutanasica o suicidaria.
Un principio fondamentale e ineludibile dell’accompagnamento del malato in condizioni critiche e/o terminali è la continuità dell’assistenza alle sue funzioni fisiologiche essenziali. In particolare, una cura di base dovuta a ogni uomo è quella di somministrare gli alimenti e i liquidi necessari al mantenimento dell’omeostasi del corpo…
Quando il fornire sostanze nutrienti e liquidi fisiologici non risulta di alcun giovamento al paziente, perché il suo organismo non è più in grado di assorbirli o metabolizzarli, la loro somministrazione va sospesa. In questo modo non si anticipa illecitamente la morte… ma si rispetta il decorso naturale della malattia critica o terminale” (Samaritanus bonus, V parte, n. 2).
Le cure palliative
Curare significa prima di tutto “prendersi cura” della persona, non solo della malattia. Le cure palliative rappresentano oggi una risposta etica e scientifica adeguata alla sofferenza, capace di lenire il dolore, accompagnare con dignità e offrire sostegno umano, morale e spirituale al malato terminale.
La Chiesa le considera una risposta concreta e pienamente conforme all’etica cristiana, perché alleviano il dolore e la sofferenza senza provocare la morte, accompagnano la persona con rispetto e prossimità e mettono al centro il paziente e non solo la malattia. Secondo la Dottrina Sociale della Chiesa, il bene comune richiede che lo Stato garantisca l’accesso universale ed equo alle cure palliative. Dobbiamo chiedere con forza, perciò, che le strutture sanitarie, pubbliche e private, siano sempre più dotate di unità di cure palliative e che il personale sia formato secondo una visione integrale della persona, che è unità inseparabile di corpo, psiche e spirito. La cura non è solo un dovere professionale, ma un atto di umanità, di rispetto della persona, di amore del prossimo.
Appello alla società civile, alle istituzioni e ai politici
La vita non è un affare privato. Dobbiamo chiedere alle istituzioni pubbliche di difendere e promuovere la vita in ogni fase e condizione. Dobbiamo chiedere che si tutelino i più deboli, che si garantisca l’accesso universale alle cure, che s’incentivino le cure palliative e ci si opponga con chiarezza all’eutanasia per evitare pericolose derive eugenetiche.
L’autonomia di una persona malata è sempre dentro una relazione, sostenuta dalla comunità fatta di parenti, amici, operatori sanitari o del volontariato, che si fanno carico del malato e lo aiutano nel ritrovare ogni giorno significato e dignità. Il rischio più grande è sempre la solitudine della persona malata davanti alle difficoltà e alle scelte.
Il suicidio medicalmente assistito si situa tra il diritto all’autodeterminazione del paziente, la tutela della vita e i doveri di solidarietà.
In buona parte il SMA è ormai definito dalle sentenze della Corte costituzionale, che riconoscono, quando si verificano le condizioni che sono descritte, il diritto a “un’assistenza dei sanitari a una persona che dovrà compiere la condotta finale che direttamente causa la propria morte” (Sentenza n. 204/2025, § 8.4).
Il vero diritto non è al suicidio o di morire, ma a un accompagnamento sanitario e umano, peraltro soggetto a una serie di condizioni non semplici.
Resta la questione su chi può o deve verificare “la presenza della piena e consapevole volontà della persona di concludere la propria vita e l’assenza di indebiti condizionamenti nel momento dell’esecuzione…”, (il solo personale sanitario? o altre figure professionali come, ad esempio, un eventuale giudice tutelare?)
Se è vero che “il suicidio assistito per un verso amplia gli spazi riconosciuti all’autonomia della persona nel decidere liberamente sul proprio destino”, esso “crea –al tempo stesso– rischi per le persone più deboli e vulnerabili che potrebbero essere indotte a farsi anzitempo da parte” (Ibidem § 8.1 e § 4)
Siamo in attesa di una legge generale dello Stato che passi dal Parlamento (sperando che ci sia collaborazione da parte di tutti, vista la serietà dell’argomento).
Dopo la legge n. 219 /2017, la sentenza n. 242/2019, che stabiliva la non punibilità dell’aiutante, ma anche dopo la sentenza recentissima n. 204 del novembre 2025, della Corte costituzionale, che ha precisato la ripartizione della potestà legislativa tra Stato e Regioni (provocata dalla legge della regione Toscana del marzo 2025), è fortemente necessaria una legislazione nazionale valida per tutti.
E che sia espressione di un confronto il più ampio possibile, libero da logiche di parte ed eventualistrumentalizzazioni e che tenga ben distinto il ruolo della cura che è specifico della medicina e delle cure palliative stesse (che non siano il luogo del procurare la morte).
La serietà della vita e della morte lo esige.
Come cristiani e come cittadini domandiamo, perciò, sul “fine vita” legislazioni statali e regionali,giuste che tengano conto delle reali necessità dei cittadini, non trascurino o limitino il fondamentale diritto alla vita soprattutto delle persone più fragili e più vulnerabili, dei disabili, dei piccoli, dei malati oncologici e delle persone con malattie inguaribili, ma curabili. Anche se possono rappresentare un peso economico e organizzativo rilevante.
Ai politici, in particolare, chiediamo di avviare, su questo tema, una riflessione profonda, sulle basi della dignità di ogni vita umana in qualsiasi condizione.
Ricordo Papa Francesco in alcune sue scomode parole: “È attentato alla vita lasciar morire i nostri fratelli sui barconi nel canale di Sicilia. È attentato alla vita la morte sul lavoro perché non si rispettano le minime condizioni di sicurezza. È attentato alla vita la morte per denutrizione. È attentato alla vita il terrorismo, la guerra, la violenza; ma anche l’eutanasia. Amare la vita è sempre prendersi cura dell’altro, volere il suo bene, coltivare e rispettare la sua dignità trascendente”. (Discorso all’Associazione Scienza e Vita, 30 maggio 2015).
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(“Noi, invece, – ci ha ricordato Papa Francesco – in virtù della speranza nella quale siamo stati salvati, guardando al tempo che scorre, abbiamo la certezza che la storia dell’umanità e quella di ciascuno di noi non corrono verso un punto cieco o un baratro oscuro, ma sono orientate all’incontro con il Signore della gloria”). (Spes non confundit, 19).
