Omelia di Sant’Apollinare – 23 luglio 2026

23-07-2026

Sant’Apollinare, 23 luglio 2026

In occasione di Sant’Apollinare, patrono della nostra Diocesi e delle Chiese che vivono in Emilia-Romagna, di solito abbiamo cercato di toccare qualche aspetto del rapporto tra Chiesa e società civile. Vogliamo anche oggi dare spazio all’attualizzazione dell’insegnamento sociale della Chiesa, quello di Papa Leone XIV con la sua prima enciclica Magnifica Humanitas, sulla salvaguardia della persona umana e sul suo primato in una società che ha un nuovo potentissimo strumento tra le mani, l’intelligenza artificiale legata allo sviluppo della digitalizzazione e della robotica.

Intelligenza artificiale, tecnologia non neutrale

Il nuovo modo di pensare indotto da questo prodigioso strumento, deve conciliarsi e assumere come dato irrinunciabile il rispetto della dignità e dei diritti umani di tutti, il bene comune di tutti e di ciascuno, perché nessuno sia scartato o nessuno possa prevalere a scapito degli altri. Dovremo stare all’erta in questi tempi perché gli sviluppi rapidissimi e le azioni di pochi non abbastanza controllabili dal potere legittimo, non ci scavalchino e diventino nuove forme di dominazione e di ingiustizia, soprattutto per i più deboli e meno preparati. Dovremo studiare, informarci e prendere posizioni, personalmente e in gruppo nelle comunità e nelle organizzazioni sociali, visto che questo strumento lo stiamo usando quasi tutti, nella vita quotidiana, nel lavoro, nelle relazioni sociali, nelle comunicazioni, nelle istituzioni, e abbiamo già visto alcuni grandi pregi e alcuni danni. Anche le guerre stanno cambiando e sfruttando le nuove possibilità per essere ancor più dannose e aggressive verso i nemici.

Papa Leone inizia la sua Lettera Enciclica scrivendo: “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. L’enciclica afferma che la tecnologia non è una “forza antagonista rispetto alla persona” (4), né “di per sé un male” (9). Tuttavia, essa “non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. Di qui, il richiamo a “costruire nel bene” e a “rimanere umani”, a non fidarsi della potenza e dell’autosufficienza, ma a seguire la logica della corresponsabilità coraggiosa, della sussidiarietà, della comunione, affinché “il mondo possa riconoscere… nel cuore dell’essere umano il luogo dove Dio desidera abitare” (16).

Dottrina sociale della Chiesa, i valori irrinunciabili

Nel primo capitolo, Papa Leone afferma che la Dottrina sociale della Chiesa orienta come sempre, la lettura degli avvenimenti alla luce del Vangelo. Ogni Papa in questi due secoli ha fatto emergere aspetti diversi di un unico patrimonio di grandi valori evangelici ed etici come “la dignità della persona, il valore del lavoro, la destinazione universale dei beni, la solidarietà e la sussidiarietà, la cura del creato, la centralità della pace e della fraternità” (45). Valori irrinunciabili, che la Chiesa chiede ai credenti laici di tradurre nella storia e che propone alla politica e ai legislatori, al di là degli schieramenti.

Nel secondo capitolo Leone XIV ricorda i Fondamenti della Dottrina sociale della Chiesa: e cioè la dignità della persona, creata a immagine di Dio; l’inviolabilità dei diritti umani, tra i quali il primo è quello alla vita; il riconoscimento dei diritti delle minoranze, con particolare attenzione alle donne (57). Poi Leone XIV indica i cinque princìpi della Dottrina sociale della Chiesa: il primo è il bene comune, “forma sociale della dignità riconosciuta a ciascuno” (59) che non può mai essere separata dal rispetto del diritto dei popoli ad esistere, a custodire la propria identità e a contribuire con la propria originalità alla famiglia delle nazioni” e “qualsiasi tentativo di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale e pertanto inaccettabile” (64).

Il secondo principio è la destinazione universale dei beni, per cui anche le conoscenze e le tecnologie non possono essere concentrate nelle mani di pochi, escludendo gli altri dalla rivoluzione digitale (67). Poi il terzo e il quarto principio, cioè la sussidiarietà (68) (che richiede il superamento del paternalismo e dell’assistenzialismo in favore della corresponsabilità e dei corpi intermedi tra cittadino e Stato) e la solidarietà (73), che si contrappone all’indifferenza verso gli svantaggiati. Il quinto principio è la giustizia sociale.

Nel tempo digitale, essa deve garantire a tutti un accesso equo alle opportunità, proteggere i più fragili, contrastare l’odio e la disinformazione, sottoporre a controllo pubblico l’uso dei dati e delle tecnologie, “così che il criterio non sia il solo profitto, ma la dignità di ogni persona e il bene dei popoli” (80), la tutela dei ragazzi e dei giovani.

Migranti, un banco di prova per la società e per la Chiesa

Un “banco di prova decisivo” in questo campo Leone XIV lo indica nei migranti, nei rifugiati, e negli esiliati: il modo in cui una società li tratta dimostra “se l’idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità”. Si tratta infatti di conciliare “il diritto alla speranza” di quanti sono costretti a partire, con vie sicure e legali; con “il diritto a rimanere” nella propria terra in pace e sicurezza, affrontando quindi “le cause profonde” delle migrazioni (81). Questi principi il Pontefice li afferma non soltanto per la società, ma anche per la Chiesa, chiamata a “un esame di coscienza” per “bonificare le relazioni e le strutture ecclesiali da quelle distorsioni che producono disuguaglianze, opacità e prevaricazioni”. L’invito è ad ascoltare le “vittime di abusi: spirituali, economici, istituzionali, sessuali, di potere, di coscienza”, come cammino di giustizia, che comprende il riconoscimento del danno, la giusta riparazione e la prevenzione” (89).

L’Ia può imitare l’uomo ma non ama, non gioisce e non soffre, non crede e non spera

Nel terzo capitolo (Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA) Leone XIV mette in guardia dal “paradigma tecnocratico” i cui parametri sono solo l’efficienza e il profitto (92). Al contrario, la tecnologia più potente non è necessariamente la migliore. L’IA può imitare l’uomo, ma non possiede coscienza morale, empatia, capacità affettiva, relazionale e spirituale: non ha un corpo, non ama, non gioisce e non soffre, non crede e non spera. Bisogna dunque avvicinarsi all’IA in modo sobrio e vigile, con politiche adeguate, vigilanza indipendente, educazione di chi la usa. C’è bisogno di un codice etico sottoposto a criteri di giustizia sociale condivisa. Bisogna “disarmare l’IA” – insiste Leone XIV – per sottrarla alla logica della competizione militare, economica e cognitiva; per sottrarla ai monopòli e impedirle di dominare l’umano. Compito etico, tecnico ed ecologico urgente perché “è già un ambiente in cui siamo immersi e un potere con cui dobbiamo fare i conti” (110).

Sono rigettate le teorie del transumanesimo e del post-umanesimo, che vedono il progresso nel superamento definitivo dei limiti dell’umano. L’umanità invece, pur ferita, è magnifica e “non deve essere sostituita né superata”. La tecnologia ne può alleviare le sofferenze e aprirle nuove possibilità, ma non deve rinnegarla in ciò che le è proprio: “la capacità di relazione e di amore” (126). Siamo di fronte a due modi di costruire il progresso: o a servizio della persona e dei popoli oppure delle logiche di potere (129).

Verità, lavoro, libertà, i valori di tutelare nel tempo dell’intelligenza artificiale

Nel quarto capitolo (Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà) l’enciclica individua tre valori da tutelare dalle conseguenze concrete della trasformazione digitale: la verità, il lavoro e la libertà.

Nell’ambiente digitale, la cultura generata dal web non deve diventare strumento di “omologazione e dominio”, di falsità e manipolazioni di notizie, ma spazio di maturazione per la “libertà interiore e il pensiero critico” (136-137). La verità è un bene comune essenziale per la vita democratica. Il Papa indica alcuni strumenti: la trasparenza nelle logiche di selezione dei contenuti, la tutela dei dati personaliun giornalismo serio basato su argomentazione e verifica, una nuova consapevolezza nell’uso “corretto e critico” dell’IA, l’integrazione dei saperi. Una comunicazione trasparente e leale viene richiesta anche alla Chiesa, soprattutto per i casi di ingiustizie e di abusi.

Una nuova alleanza educativa

Qui scatta il richiamo a una nuova alleanza educativa affinché nei giovani non si spenga “il desiderio di porre domande” a causa di macchine perfette che fanno sembrare inutile il pensiero umano (140). “Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA”, sottolinea Leone XIV, puntando sulla scuola come luogo in cui si impara a “cercare e amare la verità” e si insegna ciò che il digitale non può dare: “relazioni affidabili” oltre alle conoscenze (147).

Poi la dignità e il valore del lavoro: “I nuovi modi di lavorare non sono necessariamente migliori”, spiega, poiché la tecnologia può dequalificare i lavoratori, relegarli a funzioni marginali, sottoporli alla sorveglianza dei robot (150). La tecnologia può sollevare l’uomo da mansioni gravose o ripetitive, ma non deve portare alla disoccupazione in nome della riduzione dei costi e dell’aumento del profitto. Il Pontefice rileva, inoltre, la necessità di superare il Pil come parametro del grado di sviluppo di un Paese, puntando invece su altri indici: la dignità del lavoro, una prosperità condivisa, la riduzione delle disuguaglianze, la salvaguardia dell’ambiente.

Poi il tema della libertà umana, da custodire contro dipendenza e mercificazione. Siccome oggi le piattaforme digitali sono progettate per catturare il tempo di chi li usa e sfruttare le loro fragilità, è urgente rafforzare la libertà interiore di ciascuno e fronteggiare il rischio del controllo sociale derivante dalla raccolta massiccia di dati e dall’uso di sistemi algoritmici. Profilare, prevedere e orientare i comportamenti, infatti, è “un potere nuovo” (171) che rischia di discriminare i più deboli. E attenzione a chi raccoglie le informazioni vitali – ad esempio su sanità e demografia – per guidare strategie economiche. Si tratta, spiega il Pontefice, di un volto nuovo del colonialismo che trasforma le vite personali in informazioni sfruttabili rendendo l’ambiente digitale uno “spazio di predazione” (178-179).

Tutti possiamo disarmare le parole

Nel quinto e ultimo capitolo – La cultura della potenza e la civiltà dell’amore – Leone XIV volge lo sguardo alla guerra. Alla base di tutto c’è una “cultura della potenza” che normalizza la guerra e la riabilita come “strumento di politica internazionale”, favorendo il riarmo. Ma oggi, fermo restando il diritto alla legittima difesa nel senso più stretto – occorre superare la teoria della “guerra giusta”, promuovendo piuttosto il dialogo, la diplomazia e il perdono (192).

Forte il monito di Papa Leone, contro l’uso di armi legate all’IA, perché “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”, anzi, la tecnologia “non sottrae il conflitto alla sua disumanità, può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abbassando la soglia etica del ricorso alla violenza e trasformando la difesa in previsione operativa, con le vittime umane ridotte a dati. Dobbiamo tutti stare attenti a un “falso realismo”, un’irresponsabile Realpolitik, che semina nelle coscienze e nelle culture la rassegnazione a una guerra ineluttabile e qualifica la pace come un’utopia (204-205).A questa cultura della potenza il cristiano è chiamato a rispondere costruendo “la civiltà dell’amore”: la Grazia che viene da Dio, infatti, non elimina il conflitto come per magia, ma genera “una resistenza operosa al male e una sorprendente creatività nel bene” (211). Tutti possono disarmare le parole, lottare per la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, e con un sano realismo rilanciare il dialogo, passando da una cultura della potenza a una cultura del negoziato.

“Combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa”

Decisivo è anche “il dialogo tra le religioni”, portatore di un messaggio di pace. “Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa”. Per noi credenti la pace è dono che viene da Dio, consegnato a noi da Gesù Cristo, portatore di una pace “disarmata e disarmante, umile e perseverante” (228), perciò è necessario pregare per la pace.

“Testimoniare la bellezza di una magnifica umanità abitata da Dio”

Nella conclusione, il Pontefice ci riporta alla centralità di Cristo, il Verbo di Dio fatto carne, nel quale si incontrano la grandezza dell’umanità e la sua vulnerabilità. Siamo richiamati all’immagine di San Paolo di una umanità riconciliata e chiamata ad essere “un solo corpo in Cristo”, espressione di una fraternità che attraversa popoli, culture e generazioni. Dobbiamo custodire l’umano e ne siamo tutti responsabili, in un cammino storico che è aperto davanti a tutti, seguendo “un itinerario di vita cristiana sobrio ed esigente”, affinché anche nel tempo dell’Ia tutti possano testimoniare “la bellezza di una magnifica umanità abitata da Dio.”(245)

Lorenzo Ghizzoniarcivescovo