Omelia Chiusura del Giubileo dell’Anno Santo 2025

28-12-2025

Possa la forza della speranza riempire il nostro presente, nell’attesa fiduciosa del ritorno del Signore Gesù Cristo, al quale va la lode e la gloria ora e per i secoli futuri.
Dalla Bolla Spes non confundit di Papa Francesco

 

Continuare a sperare dopo un anno per ritornare a Dio

Carissimi fratelli e sorelle laici, cari presbiteri e diaconi, cari consacrati e missionari,

oggi termina anche per la nostra Chiesa di Ravenna – Cervia l’anno speciale di Grazia e di conversione del Giubileo. Il rito di oggi conclude questo cammino insieme, come Pellegrini di Speranza, dietro al Signore Gesù e verso il Padre della misericordia. Il Cammino però non finisce. E lo Spirito del Risorto continuerà ad accompagnarci e a condurci, nelle sfide e nei cambiamenti che la Chiesa dovrà affrontare nei tempi prossimi.

 Ci eravamo detti, in apertura, che sarebbe stato un Anno Santo caratterizzato dalla speranza che non tramonta, quella in Dio. Volevamo essere aiutati a ritrovare la fiducia necessaria, nella Chiesa come nella società, nelle relazioni interpersonali, nei rapporti internazionali, nella promozione della dignità di ogni persona e nel rispetto del creato. Ci eravamo proposti che la testimonianza credente potesse essere nel mondo lievito di genuina speranza, annuncio di cieli nuovi e terra nuova (cfr. 2Pt 3,13), dove poter abitare nella giustizia e nella concordia tra i popoli, protesi verso il compimento della promessa del Signore.

Abbiamo cercato di realizzare, secondo la tradizione cattolica, il Giubileo come un grande evento religioso: anno della remissione dei peccati e delle pene per i peccati, anno della riconciliazione tra chi è in conflitto, della conversione e della penitenza sacramentale e, di conseguenza, anno della giustizia e della pace, della solidarietà coi poveri, dell’impegno al servizio di Dio e dei fratelli, nella gioia. E soprattutto anno di Cristo, portatore di vita nuova e di speranza all’umanità.

 

Il Giubileo 2025: Pellegrini di Speranza

Papa Francesco ha desiderato che la Speranza fosse il contenuto fondamentale del Giubileo, sia per la comunità cristiana, che per il mondo intero, in questo tempo così travagliato da crescenti conflitti e guerre, da povertà e ingiustizie enormi, che da anni sconvolgono la vita di tanti fratelli e sorelle.

La Speranza non delude” (cf. Rm 5,5) è il titolo della Bolla di indizione del Giubileo. Una speranza che nasce dall’amore e si fonda sull’amore, che scaturisce dal Cuore di Gesù trafitto sulla croce. «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? … nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 35.39).

 

Un bilancio anche se parziale

Ma possiamo tentare un bilancio, anche se parziale, di ciò che è cambiato in noi e intorno a noi?

Abbiamo cercato di vivere questa speranza difficile, nonostante le fragilità, i problemi dentro la nostra Chiesa e la nostra società, e le abitudini o i pregiudizi, difficili da cambiare. Sono infatti continuate tragicamente guerre, povertà, migrazioni, cambiamenti politici e socioeconomici che spesso hanno destabilizzato le nostre speranze mettendole in crisi, almeno quelle umane. Stiamo sperando che “le cose possano ancora migliorare”? Chiediamocelo.

Sappiamo però che la speranza cristiana non è garanzia di successo, che include anche la fatica e la pazienza della fedeltà ai propri valori, la lotta per il bene, la sopportazione del dolore proprio o condiviso. Ma comporta anche la capacità di vedere il bene nei segni di vita, di unità, di solidarietà, di compassione e di amore fedele, nel quotidiano, nel piccolo, come lievito o granelli di senape, che porteranno certamente frutto.

 

Segni di speranza

Abbiamo cercato infatti di essere segni di speranza:

promotori della pace – lo diremo ancora una volta con la marcia della pace il 31 dicembre in città;

sostenitori della vita e della paternità e maternità responsabile con i percorsi per le famiglie, contro il deserto demografico;

vicini ai carcerati con i nostri volontari, il cappellano e con le celebrazioni del Vescovo a Natale e Pasqua;

vicini agli ammalati e agli anziani nell’ospedale e nelle case di riposo con i cappellani e con tanti volontari;

vicini ai giovani con le giornate e i pellegrinaggi a loro dedicati, ma anche con le iniziative formative diocesane, parrocchiali e delle associazioni e movimenti;

vicini alle vocazioni con il sostegno della preghiera di tanti e l’incoraggiamento al nostro seminarista e al nostro giovane in propedeutica;

vicini ai migranti con l’attività crescente ed esemplare della Caritas diocesana, dell’Opera S. Teresa, della parrocchia di S. Rocco e di tante Caritas parrocchiali;

vicini ai tanti poveri portatori anche di nuove povertà, meno materiali, ma altrettanto dolorose per la solitudine, l’abbandono, la mancanza di lavoro, di casa, di servizi sociali, con le nuove attività dell’Opera S. Teresa, la casa della carità, i dormitori, l’ascolto e l’accompagnamento nella quotidianità, con nuovi volontari che si impegnano anche in questi giorni.

 

Con il clero e i religiosi abbiamo rilanciato gli incontri di formazione con contenuti e personaggi significativi, nella preparazione (don Baleari, dott. Lassi, dott.ssa Deodato; prof. Burigana, Mons. Vezzoli, Mons. Castellucci) e lungo l’anno giubilare, con incontri assembleari (6 + 4), anche in vista della conclusione del Cammino sinodale della Chiesa italiana, nello scorso novembre.

Abbiamo continuato a proporre i percorsi di formazione per i laici, i ministri, gli animatori e educatori, con la Scuola di Formazione Teologica. Con i percorsi ordinari e straordinari attenti al cammino sinodale e ai temi del giubileo. Abbiamo sostenuto i percorsi di diffusione della cultura biblica e della conoscenza della S. Scrittura con l’Apostolato biblico.

Aggiungo che la causa di Don Giovanni Minzoni sta procedendo e in questo anno si è quasi conclusa la raccolta di documenti e testimonianze, abbiamo promosso un convegno storico importante e pubblicato il suo Diario.

Questi forse piccoli, ma validi esempi di carità, di fede e di spiritualità ci hanno permesso di vivere il Giubileo nel segno della speranza. Altri segni li potete ritrovare voi nella vostra esperienza cristiana quotidiana di questo anno, se guardate con gli occhi illuminati dalla fede, senza pessimismi.

 

Il pellegrinaggio

Abbiamo vissuto il pellegrinaggio. Questo elemento fondamentale di ogni evento giubilare è stato organizzato e vissuto dalla diocesi, da alcune categorie, da gruppi, dalle associazioni, da alcune parrocchie, verso Roma per la visita alle quattro Basiliche e l’attraversamento delle porte sante giubilari, ma anche verso alcune delle nostre chiese giubilari. Esperienze di preghiera e di accostamento al Sacramento della Riconciliazione, insostituibile punto di partenza del cammino di conversione.

 

Il sacramento della riconciliazione

Abbiamo valorizzato il sacramento della riconciliazione. Per favorire cammini di riconciliazione e perdono. Su questo avevo insistito fin dall’inizio. Il Sacramento della Penitenza ci assicura che Dio cancella i nostri peccati, come ci rivela tutta la S. Scrittura e ci conferma la liturgia cristiana. Ma il sacramento rappresenta anche un passo irrinunciabile per il cammino di fede. Non c’è infatti modo migliore per conoscere Dio che lasciarsi riconciliare da Lui (cfr. 2Cor 5,20), assaporando il suo perdono. Nella cattedrale, in s. Francesco, presso S Maria in Porto, in alcune parrocchie della città e in altri vicariati, questo servizio a tutti i fedeli è stato garantito con continuità. Ma resta un sacramento da riscoprire e rinnovare soprattutto per i giovani e gli adulti poco frequentanti.

Penso che sia oggi più che mai necessario crescere nell’esperienza del perdono che deve aprire il cuore e la mente a perdonare. Nella celebrazione di apertura avevamo detto che perdonare non cambia il passato; e, tuttavia, il perdono permette di vivere il futuro in modo diverso, senza rancore, risentimento e vendetta. Il futuro rischiarato dal perdono consente anche di leggere il passato con occhi diversi, più sereni, anche se non senza lacrime. Sarebbe il frutto spirituale e permanente più bello del Giubileo

 

Il dono dell’indulgenza

Abbiamo riscoperto il dono dell’indulgenza. L’indulgenza permette di scoprire la misericordia di Dio ed esprime la pienezza del perdono divino, che non conosce confini. L’indulgenza è la tradizionale grazia giubilare. Ne abbiamo approfittato nei tanti pellegrinaggi alle Basiliche romane o anche alle nostre chiese giubilari. Abbiamo capito meglio anche la necessità di pregare per gli altri fratelli perché il Signore li perdoni, anche quelli che noi non siamo ancora riusciti a perdonare. E perdoni anche quanti hanno concluso il cammino terreno, vivendo così una solidarietà nella preghiera che è efficace nella comunione dei santi, poiché tutti siamo uniti in Cristo.

 

L’indulgenza attraverso le opere di carità

Abbiamo ottenuto l’indulgenza giubilare, non solo visitando le nostre cinque chiese giubilari, ma anche attraverso le opere di misericordia, come ci era chiesto dalla Bolla di indizione del Giubileo. Lungo l’Anno Giubilare in molti siamo stati chiamati ad essere segni concreti di speranza per tanti fratelli e sorelle che vivono in condizioni di povertà materiale, morale, spirituale. Come abbiamo già accennato, nella nostra città e nella diocesi sono continuate e cresciute alcune attività che hanno avuto come scopo le opere di misericordia corporali o spirituali. Per esempio, attraverso il volontariato caritativo, che sta di nuovo coinvolgendo anche i giovani, quando sono date a loro occasioni per impegnarsi. Un segno da far continuare anche nel futuro.

 

Tre opere segno della nostra Chiesa diocesana

In particolare, abbiamo proposto alla nostra chiesa diocesana tre opere “segno”, esemplari e concrete. La prima era per la nostra Missione a Carabayllo: avevamo proposto una raccolta straordinaria per dare la possibilità a don Stefano e a otto suoi parrocchiani di venire a Roma e a Ravenna nel mese di settembre per celebrare il Giubileo con noi. Sono poi venuti in sedici. È stata una esperienza entusiasmante per loro e anche per quelli di noi che hanno potuto incontrarli e accoglierli, organizzando la permanenza e i viaggi. Il nostro Centro missionario diocesano, in curia, ha raccolto numerose offerte straordinarie. Il legame tra le nostre Chiese si è rafforzato decisamente. Anche perché contemporaneamente, su richiesta esplicita del nuovo vescovo Neri Menor Vargas della diocesi di Carabayllo, don Alain, allora direttore della Caritas diocesana, è andato a sostituire don Stefano in parrocchia e a incontrare animatori e operatori della Caritas di quella diocesi.

La seconda opera segno è stata l’apertura del nuovo dormitorio in S. Teresa e il completamento dei servizi di accoglienza e cura, (l’ultimo è stato chiamato Crocevia, per l’accoglienza diurna ai senzatetto). Anche qui abbiamo realizzato diverse iniziative per favorire il sostegno materiale, che in parte è arrivato, ma soprattutto per allargare il gruppo dei volontari che stabilmente, a turni, assicurano questo servizio.

Il terzo segno è stato l’espansione della attuale Casa della Carità in S. Teresa, col raddoppio dei posti. Non una struttura sanitaria, ma di accoglienza caritativa e di promozione sociale per i nuovi poveri, in collaborazione costante con la Caritas diocesana, come avviene già per la mensa del povero, con le suore di S. Teresa e in dialogo e aiuto reciproco con le opere caritative della parrocchia di S Rocco.

 

Abbiamo invocato Maria e valorizzato i santuari mariani.

Maria è Madre nostra, Madre della speranza. È la nostra Stella Maris, che nelle burrascose vicende della vita viene in nostro aiuto e ci invita ad avere fiducia e a continuare a sperare. La preghiera mariana è e resta una bella tradizione della nostra diocesi.

Alla sua preghiera affidiamo il futuro della nostra Chiesa e i frutti del Giubileo, che non sono mancati, ma che devono essere coltivati, frutti di conversione e di pace per noi e per il mondo intero.

Ha scritto Papa Francesco: La testimonianza credente possa essere nel mondo lievito di genuina speranza, annuncio di cieli nuovi e terra nuova (cfr. 2Pt 3,13), dove abitare nella giustizia e nella concordia tra i popoli, protesi verso il compimento della promessa del Signore.

Così sia.

 

 +Lorenzo G. Arcivescovo