
28 aprile: Solennità della dedicazione della Basilica di S. Vitale a Ravenna
Nella giornata del 28 aprile recita il Martirologio Romano: “A Ravenna, commemorazione di san Vitale: in questo giorno, come si tramanda, sotto il suo nome fu dedicata a Dio la celebre basilica in quella città. Egli insieme ai santi martiri Valeria, Gervasio, Protasio e Ursicino è da tempo immemorabile venerato per l’impavida fede tenacemente difesa.”
Siamo nella Basilica di San Vitale. Voluta dal vescovo Ecclesio al ritorno da un viaggio a Costantinopoli nel 525 e finanziata da Giuliano Argentario, la basilica fu edificata su un sacello del V secolo –intitolato a san Vitale– e consacrata nel 547 dal vescovo Massimiano, evento che ricordiamo oggi. È nostro dovere valorizzare questo straordinario tempio con i suoi riferimenti culturali, politici, teologici, catechistici, spirituali: siamo fondati sulla tomba di un martire!
Con S. Apollinare, S. Vitale rappresenta uno dei testimoni su cui fondiamo a Ravenna la nostra fede storica e la sua trasmissione. Vitale fu un laico sposato, testimone fino al sangue. Così ce lo ha consegnato la leggenda ecclesiastica fiorita fin dal V secolo, e poi arricchita dai legami con i santi milanesi Valeria, definita sposa di Vitale, e Gervasio e Protasio loro figli. Nelle nostre basiliche sono tutti rappresentati.
La Parola di Dio:
Apocalisse 21,1-5a: “ecco la tenda di Dio con gli uomini”. Ogni chiesa è un segno e una immagine della Gerusalemme celeste, opera diretta di Dio e luogo finale dei nostri cammini di vita cristiana. Là si ritroverà tutta la Chiesa, la comunione dei fedeli rinati in Cristo col Battesimo e la fede, là riceveremo la gioia piena dell’unione con la Trinità e tra noi, finalmente fratelli e sorelle senza ombre e disarmonie, partecipando dell’amore di Cristo sposo con la Chiesa sua sposa.
Salmo 83 (84): beato chi abita nella tua casa
1 Cor 3, 9c-11.16-17: “voi siete tempio di Dio, e lo Spirito di Dio abita in voi! –dice s Paolo– Santo è il tempio di Dio che siete voi”. Nel cammino della nostra vita e della nostra storia di credenti abbiamo bisogno di una casa, di un edificio che ci accolga per la preghiera, per la liturgia, per i segni sacramentali, per celebrare soprattutto l’Eucaristia: il pane necessario per nutrire la santità, la fedeltà, la perseveranza. Nella nostra basilica di S Vitale, oltre al richiamo del martirio ci sono numerosi riferimenti alla celebrazione dell’Eucaristia, alla preghiera eucaristica, soprattutto nell’abside, dove tutti, potenti o semplici cristiani, uomini e donne, laici e chierici sono coinvolti nella processione offertoriale verso il Cristo che presiede e che riconosce con la corona il martirio di S. Vitale. Come a suggerirci che la forza dell’Eucaristia e la guida interiore dello Spirito Santo ci fanno Chiesa e ci spingono alla testimonianza fino al martirio.
Luca 19, 1-10: “Oggi per questa casa è venuta la salvezza” – dice Gesù a Zaccheo, che è coinvolto con tutto sé stesso, compresi i suoi beni e la sua posizione sociale, la sua (s)correttezza morale verso i cittadini dai quali riscuoteva le tasse, la sua famiglia. La sua casa nel senso più ampio possibile è sconvolta dalla presenza di Gesù. Presenza cercata da Zaccheo, ma comunque imprevedibile, perché radicale, totalizzante.
La nostra Chiesa, universale e locale, le nostre comunità e le nostre famiglie hanno bisogno di lasciarsi capovolgere nei valori mondani e negli atteggiamenti concreti dall’incontro con il Cristo risorto. Per imparare dall’episodio di Zaccheo a condividere, a restituire, a ringraziare per quello che si riceve gratuitamente, a non dare nessuno per perduto, a riconciliarsi dopo i conflitti e a ripartire.
La Casa di cui abbiamo bisogno
La casa di cui abbiamo più bisogno è questa, è la Chiesa, nostra madre e maestra, popolo che appartiene a Dio, tempio vivo di pietre vive, dove ciascuno trova la sua vocazione e insieme ai fratelli e alle sorelle dà il suo contributo alla missione di annunciare il Vangelo a tutte le creature, secondo il mandato di Gesù dopo la sua risurrezione, ai suoi apostoli e discepoli.
E qui aggiungo solo che questo è anche il contesto della mia vocazione iniziale a diventare prete: una famiglia e una comunità cristiana che mi hanno fatto crescere; una Chiesa locale, dalla quale provengo, che mi ha formato all’amore per la Sacra Scrittura; a una liturgia semplice e sobria; alla carità verso i poveri e i piccoli; a valorizzare, ma con discernimento, i carismi straordinari religiosi o laici concessi a qualcuno; al desiderio di contribuire alle missione della Chiesa nel mondo; a partecipare alla costruzione di una società giusta, pacificata e disarmata.
E formato a obbedire a chi nella Chiesa, mi ha chiesto lungo i tempi, di assumere un compito o l’altro, fidandomi della presenza dello Spirito di Dio e del Cristo vivo nella sua Chiesa e nella mia vita. Almeno nell’intenzione la mia vita è sempre stata nelle sue mani, di sua proprietà… Certo, ormai venti anni fa, non mi aspettavo di essere chiamato a fare il Vescovo, come tutti i preti normali. Sarei stato disponibile ad andare nelle Chiese di missione, magari in India o in Brasile dove c’erano i nostri missionari. Invece la chiamata è stata diversa e con essa anche la missione, prima come Ausiliare a Reggio Emilia poi come Vescovo qui a Ravenna-Cervia. Missione mai troppo difficile perché lo Spirito di Dio ci chiede di fare solo ciò che possiamo, ma tutto ciò che possiamo, per il resto ci pensa Lui, anche utilizzando le nostre debolezze o i nostri errori.
Da parte mia devo solo ringraziare, e molto, tante persone che hanno collaborato o stanno collaborando qui a Ravenna col ministero del Vescovo: laici e laiche, preti e diaconi, consacrati e sposati, educatori e collaboratori in diocesi e nelle parrocchie, anche nelle associazioni e nei movimenti, e tutti quelli che continuano a seminare e a costruire, a voler bene ai piccoli anche senza sapere che stanno servendo il Signore, e che sono vero lievito e vero sale di cui il Signore si serve da sempre.
Faccio mie le parole di S Paolo ai Filippesi: “Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù. Tutti noi… dal punto a cui siamo arrivati, insieme procediamo.” (cfr. Fil 3,8-14). Questo è anche il mio augurio: “Insieme procediamo”!
+Lorenzo, arcivescovo
