
+ Funerale di DON MARIO BERTINI (deceduto 11 febbraio 2026).
Accompagniamo per l’ultimo saluto il nostro don Mario Bertini, sacerdote della arcidiocesi di Ravenna-Cervia, conosciuto da tutto il clero e da chi ha frequentato la curia negli ultimi decenni e dai suoi ex parrocchiani.
Aveva compiuto 93 anni da pochi giorni, nella Casa residenza anziani legata a S Teresa, dove è deceduto per le complicazioni respiratorie intervenute, e dove è sempre stato assistito soprattutto dal nipote, al quale era molto legato.
Nato il 1/2/ 1933 a Sant’Agata sul Santerno, aveva studiato in seminario a Imola, dove era stato ordinato da mons. Benigno Carrara il 28/6/1958 e dove, dopo aver conseguito un dottorato all’Angelicum di Roma, e in questa diocesi aveva iniziato ad esercitare il servizio sacerdotale.
Quando la sua famiglia si trasferì a Ravenna, decise di venire anche lui nella nostra diocesi. Incardinato nella Chiesa ravennate (nell’aprile 1985), don Mario fu prima parroco a Ponte Nuovo dal 4/1984 al 7/1990, poi a Fornace Zarattini dal 7/1990 al 2011.
Dal 18/5/1990 aveva cambiato parrocchia perché era stato chiamato da mons. Ersilio Tonini a svolgere anche l’incarico di Cancelliere della Curia di Ravenna. Fu Canonico della cattedrale di Cervia dal 13/5/2000, e Vicario giudiziale della nostra diocesi dal 10/3//2003. Il 17/2/2010 divenne Canonico Penitenziere della Cattedrale di Ravenna, servizio pastorale che ha svolto finché le forze lo hanno sostenuto.
Negli ultimi anni, vivendo nella Casa del clero, continuò a svolgere il compito di Cancelliere in curia e di confessore in Duomo, dove era ben conosciuto, ricercato e apprezzato per i suoi consigli e incoraggiamenti spirituali e morali. Aveva una paternità e una bontà che gli permettevano di essere accogliente e molti si confessavano da lui abitualmente. Ma non era un confessore di “manica larga”, era scrupoloso e preciso, ricco di insegnamenti. Era attento e premuroso con le persone sia a livello personale che nel suo servizio in curia.
Anche a me spesso chiedeva come affrontare alcuni dei casi che gli capitavano soprattutto in curia, per esempio le questioni matrimoniali o legate ai sacramenti.
Accettò di rinunciare a questi servizi importanti, non senza rimpianti e tentando di resistere nonostante tutto, ma le forze fisiche non gli permisero più l’autonomia negli spostamenti. Ha passato gli ultimissimi tempi della sua vita all’Opera Santa Teresa, prima nella casa della carità assistito dalle suore e dal nipote, e poi nella Casa residenza anziani, negli ultimi mesi, dopo l’aggravarsi delle condizioni di salute.
Abbiamo ascoltato nel Vangelo del giorno un miracolo importante secondo Marco, perché rivolto a un pagano –i pagani sono l’obiettivo principale di tutto questo Vangelo – che è non solo simbolicamente ma anche fisicamente sordomuto, lontano cioè non solo dalla fede ma anche dalla possibilità di relazione con il prossimo. E Gesù quasi anticipando il nostro rito del Battesimo, e quasi come in una nuova creazione, gli dona il soffio del suo spirito e lo apre all’ascolto della Parola e alla capacità di annunciare il suo Salvatore, che lo ha incontrato e guarito fisicamente e spiritualmente. La parola di Cristo, “Effatà”, come quella del Padre, è stata per lui Parola creatrice e ricreatrice.
La folla intuisce che in colui che “fa bene ogni cosa, che fa parlare i muti e udire i sordi”, c’è la presenza del messia atteso, c’è l’opera di Dio che sta rinnovando le cose, c’è il Regno di Dio che si sta affermando, iniziando dai più poveri. Ma non è ancora l’ora per la rivelazione piena e definitiva, che avverrà solo con la morte e la risurrezione.
Un miracolo, comunque, quello della guarigione del sordomuto pagano, che è anticipo della venuta alla fede di tutti i popoli, e anche del rinnovamento portato da Gesù con la sua risurrezione, alla quale i credenti possono partecipare, se restano legati a lui nella fede.
Nel celebrare i riti di commiato per questo nostro fratello sacerdote, che ha servito con fedeltà e impegno scrupoloso la nostra Chiesa, sostenuto dal Battesimo e dal sacramento dell’Ordine, non ci facciamo prendere dalla inevitabile tristezza del momento, ma siamo richiamati da questo Vangelo alla vita futura, che ci attende. E questa certezza ci rafforza nella speranza.
Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo
Ravenna, Opera S. Teresa, 13 febbraio 2026.
