
Cari fratelli nel ministero ordinato, cari fedeli della Chiesa che vive a Ravenna e Cervia,
nell’occasione della messa Crismale, che ci chiede anche di rinnovare le promesse della nostra ordinazione, voglio riprendere alcune affermazioni che ci riguardano a proposito della nostra formazione, tratte dalla nuova Ratio fundamentalis dei seminari e da Papa Leone. Anche nel Documento di sintesi del Cammino sinodale italiano, più e più volte, si torna sulla necessità della formazione di tutti, dei laici ma anche dei ministri ordinati. L’dea centrale è che coloro che sono chiamati al sacerdozio, rimangono sempre discepoli del Signore, perché hanno bisogno di crescere nella conoscenza interiore di Gesù Cristo e nella configurazione a Lui, sotto la guida dello Spirito santo. Altrimenti non si cresce nella carità pastorale, dono e compito primario della nostra missione. Come potremmo assicurare altrimenti la fedeltà alla vocazione e alla continua conversione, per ravvivare il dono ricevuto con l’Ordinazione e in vista del servizio pastorale, che peraltro ci fa maturare nel tempo? Nei nostri giorni anche i fedeli pretendono di incontrare preti e diaconi maturi e formati, e ne hanno diritto. Hanno diritto a godere “i frutti della santità dei sacerdoti” (Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, n. 87).
Formazione, “non riguarda solo seminaristi e preti giovani”
E l’ambito in cui si sviluppa la formazione e la crescita di ciascuno di noi è sempre quello: la fraternità presbiterale, che per noi ha valore di famiglia, fondata sul sacramento dell’Ordine. Non pensiamo che la formazione riguardi solo i seminaristi, i preti giovani nei primi anni di ministero.Riguarda tutti, anche i preti anziani, perché il mondo intorno a noi sta cambiando rapidamente, così come la Chiesa, che non è estranea alla storia di oggi e al clima di post-cristianesimo che ormai si è affermato anche nelle nostre diocesi.
La cultura, le famiglie, la società, non trasmettono più la fede, da diversi anni. Forse non la combattono come nel passato, forse la rispettano, ma solo in parte, o sono indifferenti. Lo ripetiamo spesso, anche in Romagna siamo in territorio di missione, in tempi nei quali si deve ricominciare l’evangelizzazione.
Essere preti oggi: le sfide e le nostre risposte
E noi? I nostri presbiteri come si muovono? Quali sono le esperienze che viviamo, i rischi, le sfide, le cadute, le potenzialità? Oggi emergono facilmente antiche e nuove sfideche interessano il nostro ministero e la nostra vita quotidiana. Ne sottolineiamo alcune, per averne maggiore coscienza.
L’esperienza della propria debolezza
Ci portiamo dentro alcune contraddizioni o inconsistenze, che dobbiamo necessariamente affrontare. L’esperienza delle nostre debolezze potrà indurci a maggiore umiltà e fiducia verso l’azione misericordiosa del Signore (2Cor 12,9), nonché a una comprensione più benevola nei confronti degli altri. Se si cade ci si può rialzare, senza sottovalutare il danno fatto a sé stessi o ad altre persone, o alla santità della Chiesa. L’errore sarebbe isolarsi e non cercare sostegno e accompagnamento in ambito spirituale e psicologico. Si può e si deve riprendere senza timori il rapporto con la guida spirituale dei tempi del seminario o con un altro padre spirituale, imparando a fare verità sulla propria vita alla luce del Vangelo. E rinnovare la lotta spirituale che i Padri della Chiesa hanno sempre proposto soprattutto ai ministri ordinati e a tutti i consacrati.
Il rischio di sentirsi funzionari del sacro
Lo scorrere del tempo può generare nel presbitero la sensazione di sentirsi quasi un impiegato della comunità o un funzionario del sacro (Cf. Pastores dabo vobis, n. 72), con tanti riti da ripetere a orari fissi e/o straordinari, senza riuscire a metterci sempre il cuore del pastore. Bisogna condividere coi propri fratelli presbiteri questo atteggiamento negativo, per poterlo affrontare insieme. Come ha ricordato Papa Francesco «non servono […] preti funzionari che, mentre svolgono un ruolo, cercano lontano (dal Signore) la propria consolazione. Solo chi tiene fisso lo sguardo su ciò che è davvero essenziale può rinnovare il proprio sì al dono ricevuto e, nelle diverse stagioni della vita, non smettere di fare dono di sé; solo chi si lascia conformare al Buon Pastore trova unità, pace e forza nell’obbedienza del servizio» (Francesco, Lettera ai partecipanti dell’Assemblea della CEI (8 novembre 2014), cf. Presbyterorum ordinis, n. 14)
La sfida della cultura contemporanea
L’inserimento del nostro ministero nella cultura post-cristiana di oggi, con i diversi problemi che ci sfidano, richiede non la lotta e la contrapposizione di tipo partitico alle tendenze in atto; oppure la fuga nel privato, nel piccolo gruppo di fedelissimi, ma apertura e aggiornamento da parte dei sacerdoti (Cf. Pastores dabo vobis, n. 78), per saper rendere ragione della speranza che è in noi, con parole e atteggiamenti da veri testimoni, miti e coraggiosi. Molto dipenderà dal fatto che abbiamo saputo approfittare a suo tempo della formazione iniziale nelle quattro dimensioni che conosciamo: umana, spirituale, teologica e pastorale. Dovremo fare ricorso a questo tesoro, forse in parte sepolto. Molto ci è stato dato. Ma c’è bisogno di aggiornamento, di studio, di confronto, di luce dallo Spirito, di lavoro insieme come presbiterio, perché sia promossa una missione adatta all’oggi.
L’attrattiva del potere e della ricchezza
Non meravigliamoci se fin dall’inizio del ministero, o dopo alcuni anni, viene fuori una serie di bisogni umani legati alla nostra sensibilità personale segnata anche dal peccato e dall’egocentrismo. Come, per esempio, l’attaccamento a una posizione o a un luogo, l’ossessività di crearsi spazi privati ed esclusivi per sé stessi, l’aspirazione a una carriera ecclesiastica, l’emergere di una brama di potere anche nel proprio piccolo mondo, o di un desiderio di ricchezze pur senza grandi possibilità, con la conseguente mancanza di disponibilità alla volontà di Dio, alle necessità della Chiesa diocesana e di quella parte di popolo che ci è affidato o al mandato del Vescovo… Se in un presbiterio queste cose succedono, tanto più in un presbiterio piccolo come il nostro, deve scattare la presa in carico dei fratelli, non l’allontanamento, il rispetto umano, la sottovalutazione di comportamenti che alla lunga sono distruttivi della vocazione e della vita morale, della autorevolezza di tutti gli altri presbiteri. E di nuovo, della santità della Chiesa. Tutti possiamo reagire, non con le chiacchiere e le mormorazioni maligne, ma piuttosto con l’avvicinamento, l’amicizia rinnovata, la correzione fraterna, la riprensione, il consiglio concreto, la condivisione con il Vescovo che può trovare altre vie dettate dalla sollecitudine pastorale. Tanto più se tali comportamenti configurano un delitto canonico che comporta anche dei provvedimenti disciplinari. E se si tratta di abusi, anche delle denunce.
La sfida del celibato
Vivere il celibato per il Regno oggi, è una grande fatica, da non sottovalutare. I nuovi stimoli dai comportamenti senza regole morali di tanti o quelli provenienti dai mass media, soprattutto dai social, e le tensioni della vita pastorale, invece di favorire la crescita e la maturazione umana della persona, possono provocare una regressione affettiva. Nessuno è indenne, soprattutto sotto l’influsso delle provocazioni di oggi, dalla tentazione di dare spazio indebito ai propri bisogni affettivi e sessuali e di cercare compensazioni o pseudo-relazioni di dipendenza da persone magari anche loro segnate da fragilità. In questi casi, il cuore del pastore si chiude ed è impedito l’esercizio della paternità sacerdotale e della carità pastorale. Le conseguenze anche qui possono essere gravi dal punto di vista morale, ecclesiale e anche pubblico. Vale anche qui quanto detto prima circa la corresponsabilità del presbiterio nell’intervenire con carità e con coraggio, per salvare la vocazione dei confratelli e delle altre persone coinvolte.
La dedizione totale al proprio ministero
Con lo scorrere del tempo, la stanchezza, il naturale indebolimento fisico e le fragilità di salute, i conflitti, le delusioni rispetto alle aspettative pastorali, il peso della routine, la fatica del cambiamentoe altri condizionamenti esterni, possono raffreddare lo zelo apostolico e la generosità nel dedicarsi al ministero pastorale. Se si sente che il cuore si sta raffreddando, bisogna tornare alle fonti: l’Eucaristia celebrata con viva partecipazione personale, tempi di preghiera personale, la Parola di Dio del giorno meditata e annunciata, il sacramento della Penitenza, la carità fraterna verso i poveri… e sempre anche la fraternità sacerdotale, per condividere e reagire insieme.
La fraternità sacramentale
Come si è detto la fraternità sacramentale costituisce la medicina di base quasi per ogni situazione faticosa o avversa della vita di noi ministri ordinati. È sempre un prezioso aiuto per la formazione, iniziale o continua. Il cammino discepolare richiede di crescere sempre più nella carità “apostolica, di ministero e di fraternità” (Ibid., n. 8). Tutto questo può avvenire con l’aiuto dello Spirito Santo, ma non senza un personale combattimento spirituale, orientato a purificarci da ogni forma di individualismo.
L’insegnamento di Papa Leone: cinque vie necessarie per la fedeltà
Papa Leone ci ha indicato in una sua Lettera a noi, cinque vie necessarie per la nostra fedeltà. Ha scritto: “Siamo chiamati a intraprendere ogni giorno la sequela ponendo tutta la nostra fiducia nel Signore. Comunione, sinodalità e missione non si possono infatti realizzare se, nel cuore dei sacerdoti, la tentazione dell’autoreferenzialità non cede il passo alla logica dell’ascolto e del servizio”. (Lettera Apostolica di Leone XIV: “Una Fedeltà che genera Futuro”, dell’8 dicembre 2025). La fedeltà è legata a doppio filo con il servizio: l’uno alimenta l’altra.
Sempre il Papa scrive: “La fraternità presbiterale è un dono che ci precede: non si costruisce soltanto con la buona volontà e in virtù di uno sforzo collettivo, ma è dono della Grazia, che ci rende partecipi del ministero del Vescovo e si attua nella comunione con lui e con i confratelli”. Fedeltà e fraternità si sostengono a vicenda, se si supera “la tentazione dell’individualismo che mal si coniuga con l’azione missionaria ed evangelizzatrice che riguarda sempre la Chiesa nel suo insieme. Nessun pastore esiste da solo!”
Nel contesto della società di oggi anche i presbiteri possono cadere nelle tentazioni opposte dell’attivismo o del quietismo. Dice Papa Leone: “Per vivere un ministero gioioso e fecondo, appassionato, ogni presbitero rimanga fedele alla missione che ha ricevuto, cioè al dono di grazia trasmesso dal Vescovo durante l’Ordinazione sacerdotale. È mantenendo vivo il fuoco della carità pastorale, cioè l’amore del Buon Pastore, che ogni sacerdote può trovare equilibrio nella vita di tutti i giorni e saper discernere ciò che giova e ciò che è il proprium del ministero”. Però avverte il Papa, “donarsi senza riserve non può e non deve comportare la rinuncia alla preghiera, allo studio, alla fraternità sacerdotale”. La fedeltà alla missione è garantita dall’equilibrio tra azione e contemplazione, come insegnano i padri spirituali.
Poi il Papa ci chiede anche fedeltà alla missione, cioè che “sacerdoti e laici – tutti insieme – operino una vera e propria conversione missionaria che orienti le comunità cristiane, sotto la guida dei loro pastori, a servizio della missione che i fedeli laici portano avanti all’interno della società, nella vita familiare e lavorativa”. Come ha osservato il Sinodo, apparirà così più chiaramente che la Parrocchia non è centrata su sé stessa, ma orientata alla missione e chiamata a sostenere l’impegno di tutti coloro che in modi diversi vivono e testimoniano la loro fede nella professione e nell’attività sociale, culturale, politica.
Infine, il Papa insiste sul tema della carenza di vocazioni al presbiterato che chiede atutti una verifica sulla generatività delle prassi pastorali della Chiesa. È vero che i motivi di questa crisi possono essere vari e molteplici, ma, allo stesso tempo, occorre che abbiamo il coraggio di fare ai giovani proposte forti e liberanti, e che nelle Chiese particolari crescano ambienti e forme di pastorale giovanile impregnati di Vangelo, dove possano manifestarsi e maturare le vocazioni al dono totale di sé. Nella certezza che il Signore non smette mai di chiamare (cfr. Gv 11,28), è necessario tenere sempre presente la prospettiva vocazionale in ogni ambito pastorale, in particolare in quelli giovanile e familiare. Ricordiamolo: non c’è futuro senza la cura di tutte le vocazioni.
Gli auguri dell’arcivescovo
Alle sei sfide al nostro ministero, abbiamo contrapposto le cinque vie necessarie per la nostra fedeltà e perseveranza che Papa Leone ci ha indicato. Lo Spirito ci illumini e ci guidi nel rinnovare le nostre promesse sacerdotali. E buona Pasqua di risurrezione a tutti!
Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo
