Omelia per le esequie di don Giuseppe Negretto – 19 febbraio 2026

19-02-2026

+ Esequie Don Giuseppe NEGRETTO

Don Giuseppe NEGRETTO era nato ad Argenta l’8 gennaio del 1940, battezzato e cresimato in S Biagio di Argenta, aveva studiato presso il seminario di Ravenna, dove era stato ordinato da monsignor Salvatore Baldassari il 29 giugno del 1966. Conseguita una licenza in teologia fu vicario parrocchiale a S. Agata maggiore nel 1966 e a S Rocco nel 1967.

Nel 1968 fu vicerettore del seminario diocesano fino al 1974; dal 1969 era mansionario nella cattedrale.

In seguito, dopo un periodo come insegnante in una scuola professionale, dal 10/1992 all’11/2000 divenne parroco di S Antonio e dal 1993 anche di Camerlona; dal 11/1998 al 11/2000 fu priore anche di S Alberto.

Nel dicembre del 2000 accettò di diventare parroco di Portomaggiore e di Maiero, dal 2001 anche di Sandolo, Ripapersico e Portoverrara, oltre che cappellano dell’ospedale di Portomaggiore; dal 2002 fu parroco anche di Portorotta e Quartiere. Vicario foraneo dal 2013 al 2018.

Nel 2015 lasciando Portomaggiore a 75 anni, fu nominato amministratore parrocchiale a Bando, Filo e rettore del Santuario della Madonna dell’Olmo, che ha contribuito a restaurare, a proprie spese.

Dal 2022 si è dovuto ritirare presso la Casa di riposo Colombani di Portomaggiore, continuando qualche servizio pastorale finché le forze e i collaboratori lo hanno sostenuto, soprattutto i diaconi Mauro e Andrea. Qui è rimasto fino al decesso nell’ospedale di Argenta tre giorni fa (il 16 febbraio 2026)

Nel 2009 il comune di Portomaggiore gli aveva conferito il titolo di cittadino onorario.

Don Giuseppe era nipote di don Santo Perin, e a Bando ha alimentato con tante iniziative la preghiera e la conoscenza della figura esemplare di questo sacerdote, morto tragicamente in odore di santità per il suo gesto eroico di carità verso il corpo di un soldato tedesco abbandonato sulla riva di un canale.

Ha sempre sostenuto la sorella Maria Negretto, per 50 anni missionaria in Camerun, della quale condivideva lo spirito missionario e della quale sosteneva la vocazione. Chi l’ha conosciuta ricorda bene il suo carattere di donna decisa e totalmente dedicata alla missione: per lei don Negretto ha coltivato una specie di venerazione fino alla fine. Più volte si è recato nel Paese africano e ha promosso la solidarietà e varie raccolte fondi, fino al momento finale quando ha voluto andare per il suo funerale in Africa.

Devoto alla Madonna, soprattutto nel Santuario della madonna dell’Olmo, l’ha pregata con costanza affidandosi a lei. Qualche giorno fa, mi aveva riconosciuto e salutato all’ospedale di Argenta, e l’abbiamo pregata insieme anche se recitava l’Ave Maria con grande fatica nel respiro, ma con uno sforzo che esprimeva la sua devozione fino all’ultimo.

Beato l’uomo che confida nel Signore”, abbiamo pregato con il Salmo responsoriale, e mi sembra che possiamo applicare alla vita di don Giuseppe questo atteggiamento di fede e di fiducia nel Signore, in mezzo a tante vicissitudini che l’hanno segnata. Nella sua giovinezza, appena prete, aveva vissuto gli sconvolgimenti degli anni della contestazione generale che aveva investito anche la Chiesa ravennate nel dopo concilio, prendendo anche delle posizioni difficili. Aveva allo stesso tempo una amicizia forte con alcuni confratelli presbiteri, con i quali ha condiviso le prove e le fatiche di quei giorni e anche le scelte in parte non condivise da altri nel clero diocesano. Ma la sua fede è rimasta solida.

Dopo una pausa di ripensamento di qualche anno, si è di nuovo immerso nella attività pastorale nelle diverse parrocchie dove è stato mandato e ha coltivato uno spirito missionario che lo vedeva sempre attento a tutti, anche ai non praticanti, incontrati in paese o nelle benedizioni pasquali. Conosceva tutte le famiglie del paese.

Lo stile pastorale che puntava a mantenere vivo il cammino della parrocchia nell’ordinario e a proseguire le iniziative e le opere create dai suoi predecessori, senza rinunciare alla sua originalità, gli ha permesso di raccogliere una serie di frutti e di relazioni, anche per la capacità di dialogo. Si informava e studiava gli argomenti da proporre alla gente non solo nelle omelie. Qualcuno ha detto che anche se per il suo carattere a volte si irrigidiva e sembrava non volere interferenze alla sua guida pastorale della comunità, si sentiva che “aveva a cuore” tutti i suoi parrocchiani.

Ascoltiamo ancora le parole di Gesù nel vangelo di oggi: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà». La vita di un prete, nel corso degli anni, si trova inevitabilmente a dover scegliere, più volte, tra sé stesso e la sequela di Cristo, compresa la partecipazione alla sua croce, nelle piccole e nelle grandi scelte quotidiane, nelle fatiche, nelle delusioni pastorali, a volte nella condivisione delle sofferenze del proprio popolo. Ma è qui, nei passaggi dove si paga un prezzo più alto, che si trova la gioia e si realizza la propria vocazione e la propria missione. Sono infatti i passaggi più fruttuosi, secondo la legge evangelica: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

Il Signore ci doni molte e sante vocazioni alla vita presbiterale, pronte al dono di sé, nella fedeltà e nella perseveranza, certe che “Dio ama chi dona con gioia” (2Cor 9,7).

Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo