Omelia per le esequie di mons. Adriano Caprioli, vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla – 6 luglio 2026

06-07-2026

Accompagniamo per l’ultimo saluto Mons. Adriano Caprioli, Vescovo emerito di questa diocesi. Era nato a Solbiate Olona (MI), arcidiocesi di Milano, il 16 maggio 1936, fu ordinato presbitero il 28 giugno 1959 in Duomo a Milano dall’allora Card. Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI. Laureato in teologia, insegnante nel Seminario di Masnago e a Venegono Inferiore, fu direttore dell’Istituto Superiore di Studi Religiosi e della Fondazione Ambrosiana Paolo VI, poi Prevosto di S. Magno in Legnano.

Eletto alla sede vescovile di Reggio Emilia-Guastalla il 27 giugno 1998 e ordinato vescovo il 12 settembre, fece il suo ingresso il 20 settembre dove rimase alla guida della diocesi fino alla fine del suo mandato. Divenne emerito il 29 settembre 2012.

Ha lasciato una indicazione per il funerale, che rileggo, perché mi sembra esprima bene il suo animo e il suo modo di interpretare il servizio episcopale:

“Per la liturgia di commiato.

Desidero che i miei funerali siano semplicissimi e che in tutto appaia la gioia e l’attesa dell’incontro con il Signore.

Le letture della liturgia di commiato, come del resto ho fatto con i miei preti e diaconi, siano quelle della Parola di Dio data dalla Chiesa per la messa del giorno… delle esequie, accentuando il carattere di omelia sulla Parola di Dio come se fosse la mia ultima omelia alla mia Chiesa, non l’elogio della Chiesa al suo Vescovo”.

Il vescovo Adriano, ci ha lasciato dunque l’impegno a vivere questa liturgia nella semplicità, nella gioia, e nell’attesa dell’incontro con il Signore. L’azione liturgica della Chiesa è stata sempre al centro della sua spiritualità e spesso della sua predicazione o dei suoi scritti. E così l’attenzione speciale alla “Parola di Dio del giorno”, che è stata sempre una sua scelta per le celebrazioni particolari come i funerali dei ministri ordinati.

Fino all’ultimo il Vescovo Adriano ci ha chiesto di rinnovare la nostra Speranza cristiana, che non si deve spegnere di fronte alla morte. E ci chiede di alimentarci a quella Parola che è spirito e vita, illumina i nostri passi e scalda i nostri cuori di discepoli, per farci diventare discepoli missionari. Così che anche la sua ultima liturgia terrena potesse diventare un’altra tappa del nostro cammino di vita cristiana e momento di Grazia per tutti noi.

La spiritualità liturgica ed eucaristica lo ha sempre animato ed è stata la fonte di tanti suoi interventi e attività come docente e come vescovo, anche a servizio della Chiesa italiana (per es. collaborando al rinnovamento dei riti dei sacramenti o del messale).

Nei 14 anni a servizio attivo della Chiesa di Reggio E.-Guastalla, si è davvero inserito in tutti gli spazi ecclesiali di una diocesi a lui sconosciuta e che ha scoperta ricca e sorprendente. Il suo orizzonte milanese, mai abbandonato, si è allargato ampiamente, e lui si è coinvolto, mente e volontà, ma anche cuore, in tutte le azioni pastorali in atto in questa terra, apprezzandone via via il valore e facendole sue. Con gli anni è diventato anche “reggiano”, seppure con qualche insofferenza per il diverso stile di chiesa e di rapporto coi presbiteri, rispetto al suo passato, ma senza rifiutarsi di affrontare con pazienza e metodo tutte le questioni spinose che gli si presentavano. Ha goduto dei tanti incontri con la gente nelle visite pastorali alle parrocchie, grazie a un dialogo diretto e amichevole con tanti laici, cosa che gli dava una forte carica anche spirituale.

Per quel che mi riguarda c’è stato un rapporto di aiuto reciproco, –mi ha insegnato a fare l’ausiliare, e questo mi è servito anche per il dopo–, e c’è stato sempre un dialogo aperto senza ombre e di condivisione di molte decisioni. Abbiamo imparato tutt’e due la pazienza, nel rispetto della sua responsabilità ultima. Lo devo ringraziare molto per tutto questo.

Credo che anche nei seguenti 14 anni come emerito, segnati anche dal declino fisico, ci sia sempre stata la preoccupazione e la preghiera per questa sua Chiesa diocesana, coerente con la sua decisione di non tornare indietro, ma di rimanere qui, vicino a tanti e soprattutto a don Daniele e alle persone, consacrate e laiche, che lo hanno accolto e servito con affetto e con grande impegno. Ma credo che abbia anche voluto godere ancora dei frutti che lo Spirito ha continuato a seminare in questa Chiesa.

Dobbiamo ringraziare di vero cuore il Signore per il Vescovo Adriano, per tutti questi anni di impegno nell’annuncio della Parola, nella cura della liturgia, nel sostegno alle tante opere di carità e alle missioni diocesane in varie parti del mondo, e per il tentativo di tradurre concretamente il rapporto tra fede e cultura, con un sincero impegno verso tutti e senza limitarsi nel sacrificio di sé.

Ha amato la Chiesa e soprattutto ha amato questa Chiesa.

E per accogliere la sua richiesta testamentaria di dare peso alla Parola di Dio del giorno, dobbiamo riconoscere che la liturgia ancora una volta ci ha fatto un regalo, perché potremmo riassumere le letture nel versetto dell’Alleluia: “Il salvatore nostro Cristo Gesù ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo.” Parola più che adatta per vivere una liturgia funebre con gioia e speranza, come ha chiesto il vescovo Adriano.

I due racconti evangelici di miracoli qui associati, la bambina risvegliata dal sonno della morte e la guarigione della donna che perdeva sangue – segnata dalla morte –, ci chiedono infatti di metterci davanti alla morte con un atteggiamento nuovo, quello che nasce dalla fede nel Cristo Risorto.

È vero che la fede della donna si era manifestata sotto apparenze magiche, ma Gesù le interpreta come una profonda richiesta di aiuto e di compassione e fa derivare la guarigione dalla potenza della sua Parola. Ha sentito che l’invocazione a lui rivolta nasceva da una fiducia che non poteva trascurare. Guarendo la donna, Gesù salva tutta la sua persona di donna povera, scartata, umiliata da una malattia inguaribile. E la riscatta ridandole piena dignità umana, spirituale e sociale.

Nel secondo miracolo, il comportamento di Gesù mostra che egli ha coscienza di avere il potere di vincere la morte e di far rinascere. Inoltre, ci dà una definizione della morte fondamentale. La frase “la fanciulla dorme”, ci dice cosa dobbiamo pensare dei nostri morti e anche di noi stessi, dopo la fine della vita fisica: si tratta di un “sonno” speciale, fuori dal tempo e dalle nostre coordinate mondane, un sonno che è pura attesa. Ed è un annuncio di quale sarà il nostro destino: la risurrezione della carne e la vita eterna. Perciò Gesù richiama la fanciulla alla vita fisica, come segno per aumentare la nostra fede e la nostra speranza cristiana.

Non possiamo che ripetere col Salmo 144: Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.

 

+Lorenzo G. Arcivescovo