Sant’Apollinare – 23 luglio: “Per essere il “villaggio che educa” alla vita e alla vocazione”

26-07-2018

Omelia di Mons. Ghizzoni alla Messa di Sant’Apollinare

 

Per essere il “villaggio che educa” alla vita e alla vocazione

Chiesa e società insieme di fronte alla sfida delle nuove generazioni

I – Il giovane Gesù: discepolo libero e sottomesso alla Parola

Un giorno Gesù, nato a Betlemme e cresciuto a Nazaret, appena compiuti i tredici anni, con i suoi genitori va a Gerusalemme al tempio per il rito che si chiama bar mitzwah, (“figlio del comandamento”), col quale anche lui, come gli altri adolescenti, esce dalla patria potestà e viene considerato adulto, personalmente credente, responsabile dei suoi atti e della propria identità davanti al Signore e in mezzo al suo popolo. Il giovane ebreo allora – come oggi – mostra di saper leggerle le sacre Scritture e, interrogato dai maestri, dà prova della sua preparazione riguardo alla volontà del Signore inscritta nei libri della Torah (i primi 5 libri della Bibbia). Anche Gesù viene ritratto dall’evangelista Luca, seduto tra i rabbini e gli interpreti delle sante Scritture, intento ad ascoltarli e a interrogarli. Non è un episodio miracoloso o straordinario: Gesù non sta facendo un discorso per stupire tutti, ma si mette alla scuola dei maestri nel tempio e attraverso il loro ascolto vuole comprendere meglio ciò che il Signore rivela.  Ci viene presentato un “Gesù discepolo”, giovane credente, dotato di “un cuore che ascolta” (1Re 3, 9) e capace di porsi domande e di farle. Come Samuele (cf. 1Sam 3), come Daniele (cf. Dn 13, 45-49), così alla stessa loro età Gesù manifesta che quello che più cerca e più lo appassiona per sua crescita è la presenza del Signore che “parla” a chi si fa “servo della Parola” (cf. Lc 1, 2). Egli sta cercando luce sulla sua vocazione e la sua missione, che vuole vivere in piena comunione con il Padre suo dei Cieli. È finito anche per lui il tempo della dipendenza dalla famiglia, inizia qui il cammino della emancipazione e delle scelte sempre più autonome, in linea con la propria vocazione, che può anche essere molto diversa dalle attese e dalle speranze dei familiari. E le parole di Gesù ai genitori lo confermano: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Non è uno sga-bo la sua risposta, è l’affermazione che la vocazione e la conseguente missione è un evento personale, è un atto di libertà in risposta ad una ispirazione e ad una chiamata che solo il soggetto può veramente sentire, discernere, e alla fine accogliere.

(continua)

+Lorenzo, Arcivescovo